Agosto 2016.

Fisso un percorso che altrimenti, tra qualche anno, inizierebbe a sfumare nella memoria. Il percorso è quello che mi ha portato a praticare “street photography”, un genere che negli anni ho sempre studiato e ammirato, ma che fino a pochi mesi fa non ho mai avuto il coraggio di affrontare. E sì, ho usato il verbo “praticare”, perché quando ti tuffi in qualcosa di nuovo, che ha regole diverse da quelle a cui eri abituato, è come iniziare una nuova disciplina. Le regole che hai seguito finora vanno bene, ma devi anche saperle mettere da parte ed aggiungerne altre.

Il primo grande fotografo che ho ammirato, parlo di anni fa, è Elliott Erwitt. Rimasi subito colpito da come quelle immagini, così naturali, così “normali” (alla fine erano quasi sempre scatti di gente in strada, niente di più) sapessero farmi ridere, lasciarmi a bocca aperta, con l’incanto di un bambino. Il suo “Personal best” è in bella vista nel salotto di casa, e nonostante conosca le immagini a memoria vado spesso ad aprirlo e ogni volta l’emozione si rinnova.

Io però ero interessato a un altro genere di fotografia, e vedevo lui come qualcosa di laterale al mio percorso, qualcosa di completamente diverso, che dal punto di vista pratico non mi riguardava. Come, che so, un violinista può ammirare uno scultore: per quanto gli piaccia non è la sua arte, si limita ad ammirarlo.

Nel frattempo, per passione ma anche per preparare lezioni di fotografia, mi sono messo a studiare i grandi maestri: Bresson (ça va sans dire) e Capa su tutti, ma anche Fontana, Ghirri e soprattutto Herbert List, molto più vicini a quello che prevalentemente avevo in testa come MIA fotografia. Il voler comunicare emozioni più astratte, intangibili.

Una cosa mi intrigava più di tutte le altre per quel tipo di fotografia (che definisco “metafisica” da  List): il fatto che una stessa immagine possa comunicare una sensazione diversa a osservatori diversi. Ricordo che una volta un amico, a proposito di una mia foto, mi disse: “è bellissima, secondo me parla di amore”. Tempo dopo una mia amica vedendo la stessa immagine mi disse, letteralmente: “Ammazza Ste’, che è ‘sta tristezza, io ci vedo la morte qua dentro”. Ero estasiato da questa cosa. Voglio dire, un’immagine è quella, è universale, è fisicamente la stessa sotto gli occhi di tutti. Però c’è qualcosa che la fa diventare soggettiva e personale, e quel qualcosa sarà sempre un mistero.

(Per la cronaca, a me quell’immagine comunica tutt’altro, né eros né pathos.)

La street, dunque, era qualcosa di un altro mondo, era la scultura per il violinista. Quindi: quand’è che le cose hanno iniziato a cambiare?

Credo che un primo inconscio cambiamento l’abbiano insinuato le fotografie di Alex Webb. Ho comprato un suo libro, scritto con la moglie Rebecca Norris Webb, dal titolo “Street photography e immagine poetica”. Ecco, qui per la prima volta ho visto un qualcosa di strano che combinava una fotografia “normale/di gente per strada” con le emozioni che tanto inseguo da quando mi sono appassionato di fotografia. Forme, colori, composizioni, dettagli, atmosfera, qualcosa di etereo, che mai prima avevo visto abbinati alla fotografia di strada, alle persone. Webb è maestro indiscusso in questo. (Nomino a questo proposito anche Joel Meyerowitz, il suo percorso però è stato diverso: è partito da una classica – e grandissima – street photography per approdare negli anni ad uno stile molto più emozionale.)

Spinto insomma dalla curiosità mi sono deciso a seguire un workshop sulla street photography tenuto da Michele Berlingeri. Michele lo conosco oramai da anni. E’ un appassionato di street, ha studiato fotografi su fotografi, è genuinamente curioso sul genere.

Il corso è stato illuminante per diversi motivi. Ha tracciato una storia della street photography dagli albori ai giorni nostri, seguendone sviluppo e ramificazioni avvenute negli anni e in varie parti del mondo. Ha sottolineato come, nonostante ci siano sì regole e linee guida da seguire, l’approccio al genere non sia scritto da nessuna parte. Ogni fotografo ha la sua tecnica, la sua diversa curiosità, la sua strada. Questo può sembrare superfluo forse, ma per me è stato decisamente incoraggiante. Infine mi ha fatto capire quanto vivo sia il genere tuttora, come ci sia ancora tanto da dire, tanto da esplorare. D’altronde la street photography riguarda la realtà, che mi pare abbastanza inesauribile come fonte.

Tra i fotografi studiati al corso ce n’è uno in particolare che mi è prepotentemente entrato in testa: Matt Stuart. Matt sembra uno che da piccolo mangiava pane e Erwitt. Pochi altri come lui riescono ad essere così ironici, efficaci ma al tempo stesso semplici. E’ uno che va in giro per Londra con la Leica e scatta ogni giorno. E’ affamato di realtà e la sua vita è questo: fotografarla. Punto. Vado sul suo sito quasi ogni giorno, come fosse un mantra. Mi fa vedere come la strada di tutti i giorni possa diventare una sorta di ucronìa, di realtà alternativa. Lui gioca con la realtà e la deforma, e per fare questo gli bastano solo gli occhi, nient’altro. Magia.

A Stuart si sono aggiunti presto altri fotografi, classici e contemporanei.

Dopo queste influenze mi sono ritrovato a scattare con la testa piena di idee. Non in senso positivo, ma più nel senso di caos totale. So di dover mettere ordine tra tutti questi input, trovare un approccio più personale al genere, e per arrivare a questo temo serviranno anni. E pensando al percorso che mi ha portato qui e a quello che mi attende, mi è parso bello chiamare questa storia col Felliniano titolo “La strada”.

Da questo caos è evidente come debba ancora trovarne una mia, di strada, ma una qualche germinale idea di come vorrei la mia street photography inizio ad averla, quindi bene così.
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